Un proverbio siciliano recita: “cu vidi e taci campa in paci, cu vidi e dici mori ‘nfilici“. Chi vede e tace campa in pace, chi vede e dice muore infelice.
La parola omertà non a caso è stata coniata in Italia, dove è nata la mafia. L’omertà è anche un codice a cui non ci si sottrae perché chi lo infrange è un infame, ha un marchio indelebile e viene punito. L’omertà è un morbo irrespirabile: è il tacere mafioso di chi parteggia per perpetuare all’infinito ciò che non deve essere detto, rendendo intoccabile il rapporto di forza generato da una storia di soprusi.
Ma le persone si distinguono dagli animali perché parlano: le parole fluide e semplici delle denunce hanno creato una ragione scomoda che non rispetta la grammatica delle strutture sociali, linguistiche e culturali sopravvissute graniticamente fino a oggi. È con la parola che si pensa ma che soprattutto si agisce: ed è ciò che hanno fatto quei Carabinieri che il 15 gennaio 1993 – esattamente 28 anni fa – guidati dal Capitano Ultimo, hanno arrestato Totò Riina, colui che era ritenuto il più potente, pericoloso e sanguinario componente di tutta Cosa nostra, talvolta menzionato come il capo dei capi, sfidando e vincendo quell’imposizione di relazioni di potere ineguali, fondate sulla sopraffazione.
Nuovo Sindacato Carabinieri

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